Inserito da Salvatore Gagliano il Sab, 05/06/2010 - 02:30.
Ho letto quello che avete scritto.
Mi trovo in elevato grado d'accordo con la maggior parte di ciò che ho letto.
Vorrei adesso esprimere il mio punto di vista su diverse di queste cose.
Da un punto di vista prettamente teorico, la condivisione di quanto più possibile sarebbe probabilmente la cosa migliore. Così avere proprietà completamente comuni e donare il proprio lavoro alla comunità semplicemente in cambio dei servizi e dei rapporti umani che la comunità offre sarebbe probabilmente il realizzarsi di un sogno. E' però evidente a tutti quelli che hanno scritto (ed infatti nessuno ha scritto quello che ho appena scritto io) che è la visione...visionaria di una società completamente diversa dalla attuale e costituita da persone infinitamente diverse dalle attuali.
Se un gruppo sparuto di persone potrebbe forse anche essere capace di farlo, se l'idea è quella di riunire milioni di persone, seppure in diversi centri, diventa evidente l'impossibilità di un simile modello allo stato attuale.
Il perchè è presto detto, a mio avviso:
- le persone, almeno nel grande numero, non sono pronte a fidarsi troppo degli altri...e spesso a ragione;
- hanno paura di possibili ristrettezze, soprattutto future, e per questo tendono ad accumulare, per se e per i propri figli, cose di loro proprietà;
- non sono pronte ad impegnarsi, quantomeno in maniera regolare, a dare il proprio lavoro in maniera del tutto disinteressata...ed altre cose simili.
E' l'eredità di secoli, millenni, di "progresso". Non si estingue in giorni, mesi, anni, poche generazioni. Si estingue con il tempo, man mano che la gente si rassicura del fatto che il suo diritto di vivere, ed anche bene, è garantito per legge, e del fatto che delle altre persone ci si può fidare più o meno come di se stessi. E le due cose vanno di pari passo, non è assolutamente pensabile che maturino separatamente: solo l'affrancamento dal bisogno, e l'iniziare a vivere per piacere del vivere, del fare le cose, dello scoprire, possono portare ad un tale stato.
Per grandi gruppi di persone uno stadio di questo tipo può essere solo il risultato di lenti processi di evoluzione personale:
- di lenti processi di disintossicazione dal principio di affermazione personale ai danni degli altri e dalla tentazione di ottenere qualcosa facendo lavorare gli altri al proprio posto
- di dintossicazione dal concetto che il più alto livello di sicurezza che di una cosa tu possa godere è rappresentato dal fatto che su un pezzo di carta, per quanto di valore legale, c'è scritto che quella cosa è tua.
E' in realtà sotto gli occhi di tutti che se una persona possiede,ad esempio, una casa, e che se questa viene distrutta da un evento catastrofico, se va bene questa persona, dopo tante sofferenze, si vedrà fatta l'elemosina di dargli una abitazione molto probabilmente di livello molto inferiore a quella che aveva. Diverso sarebbe il concetto che quella persona ha diritto a godere di una certa cosa, e che la comunità, in caso di perdite dovute a cause non dipendenti dalla volontà riscarcisca interamente ed automaticamente il 100% (fatto salvo l'irrecuperabile, naturalmente) di ciò che si è perso. Senza ricorrere a collette di gente di buon cuore o a decreti straordinari o ad operazioni di marketing per aumentare il PIL del paese e i conti della propria azienda o della azienda degli amici...ma semplicemente perchè è dovuto e naturale.
- di disintossicazione dalla paura di non riuscire a vivere o che qualcuno possa toglierti ciò che hai.
- di disintossicazione dalla assuefazione al concetto di avere tutto e subito senza curarsi del come e del perchè.
- altri concetti ed esempi simili potete aggiungerli voi.
Allo stato attuale, spingere troppo sull'acceleratore in questo senso, così come in altri sensi, per altri aspetti, non potrebbe che risultare un fallimento, non appena appena si allarga il numero di persone coinvolte.
Uno dei punti cruciali è probabilmente quello espresso dal Signor Franzè: bisogna creare comunità di persone, prima di poter creare comunità fisiche. Serve il confronto esteso; l'apertura al dialogo e a rivedere le proprie posizioni o a modificarle, anche solo temporaneamente; la comprensione di non forzare altri e credere e a pensare come te, anche se sei (o anche solo ti senti) certo che tu sei un gradino o più avanti nella strada della maturazione.
Altro punto cruciale, legato a questo, credo sia che ciò di cui in questo nostro spazio virtuale parleremo non può e non deve pretendere di dare delle risposte o regole univoche, che tutte le comunità che eventualmente si creeranno poi seguiranno.
Bensì di creare uno spazio di confronto con una triplice funzione:
- creare contatto e vicinanza di vedute tra le persone
- cercare di trovare alcuni set di buone soluzioni per tutti gli aspetti della vita in una tale comunità: da set che prevedono una condivisione e/o ascetismo più spinti ad altri che li prevedono meno spinti. La mia futura moglie, ad esempio, non accetterebbe mai una sostanziale riduzione del suo possesso di ciò che gli sta intorno e di diversi comfort: diversamente da me che potrei anche accettarlo, se ci sono le condizioni, per lei al momento non è cosa che si possa mettere in discussione; non è questione di cattiveria, ma è questione che si fida troppo poco delle persone ed ha troppo presente come funziona la società e che in parte se ne fa assorbire. Solo il tempo e la conoscenza delle persone, il vedere che le cose possono funzionare, potrebbero spingerla a rivedere le sue posizioni. Questo non significa che non possa vivere in un contesto come quello di un ecovillaggio, ma che non le si può chiedere troppo, e come lei sarebbe per tantissime altre persone.
-diventare una potenziale base per iniziative concrete.
Tornando al discorso della moneta, stante la necessità di attività con il mondo esterno che permettano l'acquisizione di moneta esterna per fruire di alcuni servizi esterni, personalmente penso che una vera e propria moneta all'interno si possa evitare, ma che uno strumento di misura del valore del tempo e delle cose serva, ed anche molto. Non c'è naturalmente neanche bisogno che sia stampato, ma semplicemente che misuri il valore e che se ne mantenga una contabilità. Stile Banca del tempo, per l'appunto. Se poi non lo si vuole chiamare tempo, ma dargli un nome, non credo che cambi molto. Chiaramente nulla vieta che questo possa coesistere con forme di dono, di baratto, di scambio gratuito, per tutti quelli che vogliono. Anche qui non cambia molto, il problema è sempre lo stesso: trovare un accordo sulla equivalenza tra le cose che si scambiano, barattano. Nel caso della banca del tempo l'equivalenza è stabilita, ma potrebbe non essere così evidente stabilire, come osservato, quale è il giusto tempo per fare una cosa, data la variabilità legata a varie cose (capacità, velocità, condizioni delle cose o delle persone con le quali si tratta, etc).
Capisco le obiezioni al riguardo, ma nonostante tutto il modo probabilmente un po' migliore degli altri è che le scale dei valori tendano all'equivalenza su base tempo, se non esattamente coincidano con il tempo. Penso ciò nonostante sia ingegnere.
Certo, credo che per come oggi funzionano le cose, è in parte giustificata la differenza di stipendio che mediamente si riscontra, dal fatto che si sono passati anni a studiare senza guadagnare, ed anzi pagando (lo studente o chi per lui). Il maggior valore attribuito alle ore di lavoro di chi più ha studiato (anche se poi non è neanche detto che sia così) è in parte giustificato dal fatto di dover recuperare "il tempo perduto". Io, francamente, non lo ho ancora recuperato, penso, ma probabilmente solo perchè la mia famiglia non è ricca....
Ciò che origina questa parziale giustificazione delle differenze è però quello che considero un grave errore di fondo: non considerare davvero l'istruzione alla stregua di un lavoro, come qualcosa che crea valore per la società. Insomma, quello che intendo è che un bambino, dal momento che nasce, inizia già ad apprendere cose che gli permetteranno in futuro di dare valore alla società, e che la qualità di ciò che apprende è fondamentale per la qualità del suo apporto futuro. Conseguenza di ciò è che egli sta creando il valore in quello stesso momento in cui apprende, anche se i maggiori frutti si vedranno in futuro. Così, se un bambino non apprende o apprende male ad interagire simbioticamente con l'ambiente, a pensare con la propria testa senza farsi condizionare troppo dal pensiero dominante, quel bambino potrebbe recare più danni che dare valori alla società. Poichè è un lavoro difficile, non solo per chi insegna, ma anche per chi apprende, ed è un lavoro a tempo pieno, dovrebbe essere riconosciuto alla stregua di un lavoro, e non dipendere in alcun modo dalle possibilità economiche e quanto meno possibile da quelle intelletuali dei genitori. Ciò non significa che la "remunerazione"c del bambino debba essere su base oraria la stessa di quella dell'adulto (per quanto iò sia possibile pensarlo in una prospettiva lontana), ma che debba permettergli di coprire le sue "spese" e, col tempo, di avere qualcosa in più che gli permetta, finito di studiare, di avere già di cosa costruirsi casa e farsi la sua vita.
Un meccanismo di questo tipo, avrebbe il pregio di invogliare a studiare (non parlo solo di istruzione acccademica, ovviamente, ma più in generale), cosa che reputo prerequisito essenziale per un reale progresso della società.
Scusate se sono andato un po' a briglia sciolta. Spero però che le mie considerazioni possano essere utili.
Saluti.
Ho letto quello che avete scritto.
Mi trovo in elevato grado d'accordo con la maggior parte di ciò che ho letto.
Vorrei adesso esprimere il mio punto di vista su diverse di queste cose.
Da un punto di vista prettamente teorico, la condivisione di quanto più possibile sarebbe probabilmente la cosa migliore. Così avere proprietà completamente comuni e donare il proprio lavoro alla comunità semplicemente in cambio dei servizi e dei rapporti umani che la comunità offre sarebbe probabilmente il realizzarsi di un sogno. E' però evidente a tutti quelli che hanno scritto (ed infatti nessuno ha scritto quello che ho appena scritto io) che è la visione...visionaria di una società completamente diversa dalla attuale e costituita da persone infinitamente diverse dalle attuali.
Se un gruppo sparuto di persone potrebbe forse anche essere capace di farlo, se l'idea è quella di riunire milioni di persone, seppure in diversi centri, diventa evidente l'impossibilità di un simile modello allo stato attuale.
Il perchè è presto detto, a mio avviso:
- le persone, almeno nel grande numero, non sono pronte a fidarsi troppo degli altri...e spesso a ragione;
- hanno paura di possibili ristrettezze, soprattutto future, e per questo tendono ad accumulare, per se e per i propri figli, cose di loro proprietà;
- non sono pronte ad impegnarsi, quantomeno in maniera regolare, a dare il proprio lavoro in maniera del tutto disinteressata...ed altre cose simili.
E' l'eredità di secoli, millenni, di "progresso". Non si estingue in giorni, mesi, anni, poche generazioni. Si estingue con il tempo, man mano che la gente si rassicura del fatto che il suo diritto di vivere, ed anche bene, è garantito per legge, e del fatto che delle altre persone ci si può fidare più o meno come di se stessi. E le due cose vanno di pari passo, non è assolutamente pensabile che maturino separatamente: solo l'affrancamento dal bisogno, e l'iniziare a vivere per piacere del vivere, del fare le cose, dello scoprire, possono portare ad un tale stato.
Per grandi gruppi di persone uno stadio di questo tipo può essere solo il risultato di lenti processi di evoluzione personale:
- di lenti processi di disintossicazione dal principio di affermazione personale ai danni degli altri e dalla tentazione di ottenere qualcosa facendo lavorare gli altri al proprio posto
- di dintossicazione dal concetto che il più alto livello di sicurezza che di una cosa tu possa godere è rappresentato dal fatto che su un pezzo di carta, per quanto di valore legale, c'è scritto che quella cosa è tua.
E' in realtà sotto gli occhi di tutti che se una persona possiede,ad esempio, una casa, e che se questa viene distrutta da un evento catastrofico, se va bene questa persona, dopo tante sofferenze, si vedrà fatta l'elemosina di dargli una abitazione molto probabilmente di livello molto inferiore a quella che aveva. Diverso sarebbe il concetto che quella persona ha diritto a godere di una certa cosa, e che la comunità, in caso di perdite dovute a cause non dipendenti dalla volontà riscarcisca interamente ed automaticamente il 100% (fatto salvo l'irrecuperabile, naturalmente) di ciò che si è perso. Senza ricorrere a collette di gente di buon cuore o a decreti straordinari o ad operazioni di marketing per aumentare il PIL del paese e i conti della propria azienda o della azienda degli amici...ma semplicemente perchè è dovuto e naturale.
- di disintossicazione dalla paura di non riuscire a vivere o che qualcuno possa toglierti ciò che hai.
- di disintossicazione dalla assuefazione al concetto di avere tutto e subito senza curarsi del come e del perchè.
- altri concetti ed esempi simili potete aggiungerli voi.
Allo stato attuale, spingere troppo sull'acceleratore in questo senso, così come in altri sensi, per altri aspetti, non potrebbe che risultare un fallimento, non appena appena si allarga il numero di persone coinvolte.
Uno dei punti cruciali è probabilmente quello espresso dal Signor Franzè: bisogna creare comunità di persone, prima di poter creare comunità fisiche. Serve il confronto esteso; l'apertura al dialogo e a rivedere le proprie posizioni o a modificarle, anche solo temporaneamente; la comprensione di non forzare altri e credere e a pensare come te, anche se sei (o anche solo ti senti) certo che tu sei un gradino o più avanti nella strada della maturazione.
Altro punto cruciale, legato a questo, credo sia che ciò di cui in questo nostro spazio virtuale parleremo non può e non deve pretendere di dare delle risposte o regole univoche, che tutte le comunità che eventualmente si creeranno poi seguiranno.
Bensì di creare uno spazio di confronto con una triplice funzione:
- creare contatto e vicinanza di vedute tra le persone
- cercare di trovare alcuni set di buone soluzioni per tutti gli aspetti della vita in una tale comunità: da set che prevedono una condivisione e/o ascetismo più spinti ad altri che li prevedono meno spinti. La mia futura moglie, ad esempio, non accetterebbe mai una sostanziale riduzione del suo possesso di ciò che gli sta intorno e di diversi comfort: diversamente da me che potrei anche accettarlo, se ci sono le condizioni, per lei al momento non è cosa che si possa mettere in discussione; non è questione di cattiveria, ma è questione che si fida troppo poco delle persone ed ha troppo presente come funziona la società e che in parte se ne fa assorbire. Solo il tempo e la conoscenza delle persone, il vedere che le cose possono funzionare, potrebbero spingerla a rivedere le sue posizioni. Questo non significa che non possa vivere in un contesto come quello di un ecovillaggio, ma che non le si può chiedere troppo, e come lei sarebbe per tantissime altre persone.
-diventare una potenziale base per iniziative concrete.
Tornando al discorso della moneta, stante la necessità di attività con il mondo esterno che permettano l'acquisizione di moneta esterna per fruire di alcuni servizi esterni, personalmente penso che una vera e propria moneta all'interno si possa evitare, ma che uno strumento di misura del valore del tempo e delle cose serva, ed anche molto. Non c'è naturalmente neanche bisogno che sia stampato, ma semplicemente che misuri il valore e che se ne mantenga una contabilità. Stile Banca del tempo, per l'appunto. Se poi non lo si vuole chiamare tempo, ma dargli un nome, non credo che cambi molto. Chiaramente nulla vieta che questo possa coesistere con forme di dono, di baratto, di scambio gratuito, per tutti quelli che vogliono. Anche qui non cambia molto, il problema è sempre lo stesso: trovare un accordo sulla equivalenza tra le cose che si scambiano, barattano. Nel caso della banca del tempo l'equivalenza è stabilita, ma potrebbe non essere così evidente stabilire, come osservato, quale è il giusto tempo per fare una cosa, data la variabilità legata a varie cose (capacità, velocità, condizioni delle cose o delle persone con le quali si tratta, etc).
Capisco le obiezioni al riguardo, ma nonostante tutto il modo probabilmente un po' migliore degli altri è che le scale dei valori tendano all'equivalenza su base tempo, se non esattamente coincidano con il tempo. Penso ciò nonostante sia ingegnere.
Certo, credo che per come oggi funzionano le cose, è in parte giustificata la differenza di stipendio che mediamente si riscontra, dal fatto che si sono passati anni a studiare senza guadagnare, ed anzi pagando (lo studente o chi per lui). Il maggior valore attribuito alle ore di lavoro di chi più ha studiato (anche se poi non è neanche detto che sia così) è in parte giustificato dal fatto di dover recuperare "il tempo perduto". Io, francamente, non lo ho ancora recuperato, penso, ma probabilmente solo perchè la mia famiglia non è ricca....
Ciò che origina questa parziale giustificazione delle differenze è però quello che considero un grave errore di fondo: non considerare davvero l'istruzione alla stregua di un lavoro, come qualcosa che crea valore per la società. Insomma, quello che intendo è che un bambino, dal momento che nasce, inizia già ad apprendere cose che gli permetteranno in futuro di dare valore alla società, e che la qualità di ciò che apprende è fondamentale per la qualità del suo apporto futuro. Conseguenza di ciò è che egli sta creando il valore in quello stesso momento in cui apprende, anche se i maggiori frutti si vedranno in futuro. Così, se un bambino non apprende o apprende male ad interagire simbioticamente con l'ambiente, a pensare con la propria testa senza farsi condizionare troppo dal pensiero dominante, quel bambino potrebbe recare più danni che dare valori alla società. Poichè è un lavoro difficile, non solo per chi insegna, ma anche per chi apprende, ed è un lavoro a tempo pieno, dovrebbe essere riconosciuto alla stregua di un lavoro, e non dipendere in alcun modo dalle possibilità economiche e quanto meno possibile da quelle intelletuali dei genitori. Ciò non significa che la "remunerazione"c del bambino debba essere su base oraria la stessa di quella dell'adulto (per quanto iò sia possibile pensarlo in una prospettiva lontana), ma che debba permettergli di coprire le sue "spese" e, col tempo, di avere qualcosa in più che gli permetta, finito di studiare, di avere già di cosa costruirsi casa e farsi la sua vita.
Un meccanismo di questo tipo, avrebbe il pregio di invogliare a studiare (non parlo solo di istruzione acccademica, ovviamente, ma più in generale), cosa che reputo prerequisito essenziale per un reale progresso della società.
Scusate se sono andato un po' a briglia sciolta. Spero però che le mie considerazioni possano essere utili.
Saluti.
Salvatore Gagliano